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Una guida che non conosce la rotta
Eugenio Montale conduce i lettori, con i suoi versi che non fanno concessioni al canto, in un labirinto di sillabe dai suoni aspri e duri, alla ricerca di un varco nel muro invalicabile di mistero che circonda la nostra esistenza. Ma, come una guida disincantata che ha perso la rotta e non conosce la direzione, si limita a commentare il viaggio, suggerendo la speranza che ci sia un'uscita dal labirinto, che improvvisamente si offra una risposta, si apra una via di fuga. Come una vedetta sensibile, ma senza direttive, avvista in lontananza segnali di questa possibilità, tutti però inevitabilmente effimeri e illusori.
Meriggiare pallido e assorto (1925)
Meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d'orto, ascoltare tra i pruni e gli sterpi schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia spiar le file di rosse formiche ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare lontano di scaglie di mare mentre si levano tremuli scricchi di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia sentire con triste meraviglia com'è tutta la vita e il suo travaglio in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
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